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Tunisia...Bicilindrici nel deserto Ottobre 2005

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Indice articolo
Tunisia...Bicilindrici nel deserto Ottobre 2005
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 Racconto di viaggio di Luciano Martorella
data: 29 Ottobre 5 Novembre 2005
Paese: Tunisia
Nome del Viaggio: Bicilindrici nel Deserto
tipologia: fuoristrada
Km. totali percorsi: 1.900
Km di fuoristrada: 500
fotogallery 
prossima partenza

Sabato-Domenica 29-30 ottobre Sulla nave sembra di essere su una tappa di trasferimento della Parigi-Dakar. Gente col giubbotto KTM chiacchera con altri gruppi con giubbotti sponsorizzati. La pancia della nave è stipata di moto, carrelli, camion, motrici da competizione, auto 4x4, mezzi di soccorso e perfino un autobus di linea.
Si respira aria di Africa già da qui.
Ci vorrà più di un'ora per far scendere tutti i mezzi dalla nave, una volta a sbarcati a Tunisi. Fatto il pieno con la benzina che costa la metà di quella italiana, ci aspetta un trasferimento di circa 90 km.
Oltre al nostro gruppo, che farà fuoristrada, ci sono due coppie, entrambe su moto BMW, e Emilio, la loro guida, a cavallo di un Honda Varadero.
La vera vacanza inizia la notte di domenica. Siamo ad Hammamet, nell'equivalente di un nostro pub sulla spiaggia. Abbiamo lasciato l'albergo con un rischiosissimo taxi per raggiungere il centro della città.
Il locale è protetto dalle mura della Casbah, la cittadella vecchia, ma siamo all'aperto. Le lampade a combustione illuminano fiocamente l'ambiente.
Tutt'intorno c'è una specie di panca longitudinale al muro, dove ci si può sedere sui cuscini. Oppure sdraiarsi sulle scale, dove sono stati piazzati tappeti e poggiaschiena. I colori caldi aiutano a rendere l'ambiente più accogliente.
Ci si conosce, si inizia a rallentare il ritmo.
Sapore di tè verde con pinoli, di tabacco alla mela fumato dal narghilè. Tutt'intorno facce rilassate e chiacchericcio sommesso. Musica araba a basso volume, piacevole da sentire, sembra attutire i rumori.
C'è calma.

Lunedi 31 ottobre
Partiamo presto, con la nebbia.
I chilometri da fare oggi sono tanti. Attraversiamo Hajeb El Hayoun, Bir El Hafey e Gafsa. Verso mezzogiorno facciamo il primo approccio alla guida fuoristrada, e finalmente lasciamo l'asfalto.
Cercando una pista e trovandola ormai asfaltata, le nostre guide Filippo e Benvenuto improvvisano un fuori-pista, cercando di farci prendere mano con gli sterrati con cui dovremo convivere durante questa avventura. Il suolo qui è compatto, facile da guidare per chi ha un po' di esperienza.
 Alla prima sosta veniamo letteralmente assaliti da una guida locale, che vuole assolutamente portarci a vedere le Gole del Seldja, "del colpo di sciabola". Masticando un po' di italiano e mescolandolo inconsciamente col francese, l'affannata guida ci convince ad andare, così ci facciamo anche un paio di foto nella splendida gola fra le montagne.
Benvenuto, armato con la sua macchina fotografica professionale, sale come passeggero dell'improbabile Motobecane giù per una ripida discesa verso il rigagnolo fangoso che esce dal centro della gola.
E' l'occasione per Emiliano per imparare la guida fuoristradistica, anche se come inizio il terreno è un po' infido, senza una pista ben tracciata.
Le gole naturali si rivelano uno spettacolo di cui ne valeva la pena. La guida ci fa passare attraverso la claustrofobica fessura naturale del "colpo di sciabola", dove le protezioni sotto il giubbotto passano a malapena. Strisciamo dall'altra parte.
Al di la' del passaggio due tunisini riposano sdraiati all'ombra delle creste rocciose sulla terra compatta. Sarà forse il Ramadan in corso che li costringe al dolce far niente.
C'è calma.
Patteggiamo 8 dinari alla guida improvvisata, e ripartiamo girovagando per la piana che si stende sotto le pareti rocciose a nord di Metlaoui.
Entrando e uscendo dalle piste, percorriamo il fondo di un torrente in secca, dove il terreno compatto si alterna alla sabbia in un tortuoso zigzagare.
Con l'aiuto delle tracce sul GPS, le guide ci fanno puntare verso le montagne, dove una strada lastricata di cemento su inerpica tra gli strapiombi delle creste naturali. E' la pista di Rommel, costruita dal generale nazista per attraversare il paese. La vista è mozzafiato, i tornanti sono stretti e ripidi, ma con le moto guidare qui è quasi un piacere.
Al valico uno stop forzato dovuto ad una maleducata comitiva di francesi che ha bloccato la strada con numerosi fuoristrada, e sta tenendo una discussione sulle prossime tappe. Ci ignorano bellamente.
Buon viso a cattivo gioco. Ne approfittiamo per fare delle foto ad un bellissimo falco che dei ragazzi tunisini hanno addestrato e che tengono legato ad una corda. Lo sguardo del rapace è vigile, attento. Filippo arrischia anche di permettere che l'animale gli si aggrappi al braccio scoperto.
Quando ripartiamo cerchiamo di impolverare gli ultimi francesi che - pare a malavoglia - stanno sgombrando la pista.
Il deserto non è poi così grande.
Entrare in un oasi è un passaggio subitaneo, quasi inaspettato.
Un momento prima stia guidando in una piana sassosa tra le montagne, dove gli arbusti secchi sembrano lottare contro la morte per siccità, e l'istante dopo ti ritrovi stupito sotto due fitte filari di palme, dove perfino un timido sottobosco ricopre il terreno sabbioso.
Siamo entrati nell'oasi di montagna di Mides, dove il verde cresce di fianco a un autentico canyon. In fondo ad esso un ruscello rumoreggia nella spaccatura sinuosa della roccia.
Parcheggiamo e ci facciamo ospitare in una specie di bar di paese, dove l'insegna scritta a mano recita "Acqua minerale - Caffè - Tè alla menta".
Nell'ampio piazzale antistante, dove il sole acceca solo con il riflesso, campeggiano alcune bancarelle cariche di rose del deserto e altri minerali appariscenti. Su una corda sono appese dei coloratissimi turbanti di cotone, sollevati dalla brezza che soffia nella gola.
L'immediata impressione è di venire accolti come ospiti, non come dei semplici avventori. Complice il fatto che la nostra organizzazione non è nuova di questo posto.
I tunisini hanno attrezzato un angolo all'ombra di una palma, due sedie di plastica e dei tappeti per sdraiarsi. Lo usano nei momenti di pace, quando non hanno clienti.
Durante tutta la nostra sosta, il massimo del movimento si ha quando un amico dei gestori viene a trovarli cavalcando uno di quei onnipresenti Motobecane.
Pranziamo sardo però, la borsa frigo contiene pecorino, pancetta, pane carasau e dell'ottimo Cannonau.
Prima del tramonto ripartiamo, separandoci dal gruppo degli stradali.
Tornando alle pendici della catena montuosa di Redeyef, cerchiamo un'altra pista in quel vasto pianoro
Una volta trovata, cavalcheremo veloci su un fondo liscio e battuto, con il rosso del sole morente dritto negli occhi
Il miglior modo per togliersi quel poco di polvere dalla pelle sarà quello di fare un tuffo notturno nella piscina dell'albergo, una volta arrivati a Tozeur.



 
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