Mauritania, il paese delle sabbie Raid extreme


30 ottobre 11 novembre 2014
La costa Atlantica, Atar, Chinguetti i passi e le piste resi famosi dalla Dakar.
Il racconto di Claudio:




MAURITANIA STORY
 
Partiamo come sempre dai numeri di questo raid “extreme” appena concluso, ed organizzato in modo efficiente dai ragazzi esperti di Azzurrorosa di Verucchio (Rimini):
•    23 partecipanti
•    11 moto, di cui solo 2 non arancioni …
•    3 mezzi fuoristrada dall’Italia + 2 fuoristrada noleggiati in loco
•    4 notti in hotel + 8 bivacchi differenti e tutti spettacolari
•    1.600 km quasi tutti in fuoristrada e 950 km di asfalto per i trasferimenti in pulmino
 
Un vero e proprio momento di panico assale qualche giorno prima della partenza tutti i partecipanti dopo l’annuncio della soppressione per ragioni di sicurezza del volo Parigi-Nouakchott, ma attraverso altre tratte riusciamo ad arrivare lo stesso nella capitale mauritana a tarda notte, prendendo alloggio in un hotel vicino all’aeroporto della capitale mauritana, con un inaspettato caldo africano che ci accoglie.
L’indomani siamo dunque pronti per affrontare i 480 km sull’unica strada asfaltata che attraversa perpendicolarmente la nazione ed arrivare alla seconda città per numero di abitanti, Nouadhibou, dove prendiamo finalmente possesso delle moto arrivate direttamente dall’Italia sui carrelli: sono state in viaggio quasi una settimana con 2 notti di traghetto da Genova a Tangeri e qualche migliaia di chilometri di strada marocchina. 
Dopo l’acquisto presso una squallida bottega di svariati filoni di pane fresco in stile francese, di numerosi cartoni di acqua in bottiglia costosa quasi quanto la benzina locale con cui riempiamo tutte le taniche disponibili, iniziamo subito quest’avventura africana entrando direttamente da Nouadhibou nel Parco Nazionale del Banc d’Arguin, sulla costa occidentale, patrimonio dell’umanità e asilo di numerose specie di uccelli migratori.  All’infuori di un gigantesco scheletro di balena posto all’ingresso del parco dove si paga una tassa giornaliera di entrata non avremo la fortuna di vedere altri animali, anche lungo i 60 km di bagnasciuga che percorriamo a gas spalancato sfruttando l’orario della bassa marea.  La temperatura esterna è talmente elevata che alcuni non resistono e si tuffano nell’oceano per un bagno fuori programma agli inizi di Novembre !  Primo campo sul promontorio di Cap Tafarit dove montiamo le tende al riparo di una falesia e a ridosso della spiaggia battuta dalle onde e da un vento teso e umido.
La sveglia al sorgere del sole, la colazione veloce, lo smontaggio del campo, il rifornimento di carburante alla moto e di acqua al camel back personale diventano così routine quotidiana prima di iniziare a percorrere le lunghe piste sabbiose e veloci che ci hanno portato attraverso montagne imponenti e pietrose nella direzione del passo di Tifoujar, famoso punto di passaggio del rally Parigi-Dakar.  Una lunga discesa su sabbia e poi attraverso uno stretto canyon e dune contro la montagna fino all’oasi di Terjit dove possiamo montare le tende in un campeggio locale ed usufruire di una vera doccia.  Vegetazione brulla ed essenziale insieme ad un rigoglioso palmeto fanno cornice ad una fonte di acqua sorgiva che attira purtroppo anche moltissime mosche e zanzare fameliche che ci perseguitano per tutta la notte insieme ad un vento caldo.  La tappa successiva attraverso dune e pistoni duri e interminabili, ha come punto d’arrivo finale la città di Cinguetti, settima città santa dell’islam, con un alone di leggenda tra i viaggiatori che purtroppo si rivela subito una delusione perché la parte vecchia è tenuta male, la spazzatura dilaga ovunque, le case del centro storico sono purtroppo cadenti, la moschea è stata ricostruita recentemente e l’ingresso è proibito ai non mussulmani.  Persino la famosa biblioteca con gli antichi volumi si rivela una delle tante case annegate nella sabbia con i rifiuti depositati direttamente negli spazi circostanti e mai raccolti insieme ad una distesa di bottiglie di plastica.  Il pagamento del biglietto d’entrata nel tugurio è comunque scrupolosamente controllato dal guardiano locale che non esita a richiamare indietro la comitiva non appena accortosi di ben due ingressi non depositati nell’apposita cassettina !
Un tramonto da cartolina con le rare nubi colorate di rosso intenso e con le ombre lunghe degli edifici ed il richiamo del muezzin alla preghiera concludono in bellezza anche questa giornata. 
Anche qui il caldo persistente ci impedisce di dormire nelle camere di un hotel locale e dopo la cena preparata dai gestori a base di cous cous e montone, dobbiamo montare le nostre tende nel cortile stesso, trasformandolo in un accampamento zingaro …
Lungo la via del rientro attraversiamo la cittadina di Atar ai piedi di un altopiano di rocce scure, con qualche negozio di alimentari con prodotti importati e la possibilità di acquisto di carburante al mercato nero perché presso i distributori è disponibile solamente gasolio con cui possono essere rifornite le migliaia di auto Mercedes 190 Diesel circolanti in tutta la Repubblica Islamica di Mauritania, alcune in condizioni veramente pietose, dopo che l’Europa le ha rottamate ed esportate tutte qui.
Una sosta d’obbligo è vicino al gigantesco monolite di Ben Amira, il più grande di tutta l’Africa, secondo solo a quello australiano di Ayers Rock, che con i suoi 400 metri di altezza e le sue pareti perfettamente lisce ed a strapiombo ci offre un’invidiabile ombra rinfrescante per la sosta del pranzo al sacco preparato dagli organizzatori ed integrato con le provviste personali.  Un tratto del viaggio viene percorso su pista con tule ondulè parallelamente alla linea ferroviaria dove un lunghissimo treno trasporta fino a Nouadhibou il materiale ferroso estratto nelle miniere delle montagne dell’Adrar: centinaia di vagoni merci trainati da ben tre locomotori percorrono lentamente più volte al giorno questa tratta desolata e solitaria.
L’arrivo finale a Nouadhibou con un ultimo tratto di asfalto deve passare attraverso i numerosi posti di blocco gestiti a turno dalla polizia, la gendarmeria, l’esercito ed anche un ente doganale, naturalmente non in contatto tra loro: la velocità di superamento del controllo e soprattutto della curiosità di questi militari abbandonati in questi luoghi solitari è data dalla consegna di una copia della “fiche” dove sono scrupolosamente elencati i nomi ed i dati anagrafici di ciascun partecipante e di tutti i mezzi meccanici, senza comunque pretendere regali aggiuntivi.
Il tour sta terminando e dopo aver caricato sui carrelli dell’organizzazione le moto ed i bagagli per il rientro, si può festeggiare presso il solito ristorante vicino all’hotel con gestione spagnola, con sangria e birra fresca da tutti.
L’indomani ancora pulmino, caldo, polvere, una strada noiosa e quindici posti di blocco fino alla capitale, dove abbiamo la possibilità almeno di visitare forse l’unica attrazione “turistica” disponibile: il gigantesco mercato del pesce, famoso in tutto il continente africano per le migliaia di persone, per la maggior parte di origine senegalese, che vi operano quotidianamente impegnate come in un gigantesco formicaio nello scarico manuale delle cassette dalla lunghe barche di legno che arrivano fino alla spiaggia con il pescato, al successivo trasporto con carretti verso i banchi di vendita del mercato e per tutte le vicine industrie di trasformazione: un’economia che si muove ancora in modo primordiale in una realtà che purtroppo è ancora arretrata rispetto alle vicine nazioni.
 
 Milano, 24 Novembre 2014 

 

 

Claudio