Cile e Argentina, Patagonia e Terra del fuoco


21 dicembre 2014 – 07 gennaio 2015
Racconto di viaggio di Popol Sala

PATAGONIA E’ NATO MASCHIO.

 

“Sai di buono, sai di Uomo. Anche quando sai di lavoro, sai di buono” Bello sentirselo dire.

Della Patagonia si potrebbe dire la stessa cosa: sa di buono, sa di Uomo, un Uomo vero, robusto che si concede poco. Peccato l’abbiano chiamato con un nome femminile.  

Secondo me è andata così: il padre era talmente felice quando è nato Patagonia, che si ubriacò prima con gli amici e poi andò a registrare il nome all’anagrafe. Non si ricordava il nome e non si ricordava se il figlio nato fosse maschio o femmina.

“Femmina! L’ho desiderata tanto una figlia femmina che il nome più bello ora mi sembra Patagonia” E si è sbagliato: era un maschio, ma il nome femminile è rimasto.

Patagonia è decisamente maschio. E’ maschio perchè i suoi cieli dalle braccia forti ti tengono giù ben piantato per terra, perché non fa mai la doccia, nemmeno quando suda. O meglio fa la doccia a sorpresa e allora fiorisce di mille fiori piccini. Il deserto patagonico non è il deserto di sabbia morbida, ondulata dove le dune si formano e spariscono al vento. Il deserto patagonico è un landa piatta, con qualche montagna che sta sempre all’orizzonte, duro come il cemento, peloso come uomo, irsuto di cespuglietti duri e bassi che lottano contro il vento e le pecore per poter sopravvivere. Se li schiacci con un piede e sfreghi il verde su una mano, ti rendi conto allora che  Patagonia è decisamente un uomo dal profumo acre e inebriante.

E poi Patagonia è una cosa da uomini: steccati e recinti ovunque, dove vivono sparsi pecore e Guanachi (una specie di Lama).

Terra solo per uomini a cavallo, sul quad o jeep che girano a controllare, ad adunare, a tosare, a macellare e poi mettere in croce per l’asado agnelli o pecore. E’ una cosa da uomini star fuori a bivaccare davanti al fuoco con la sola compagnia dei cavalli e dei cani.

E’ una cosa da uomini aspettare che la luna illumini le Torri del Paine per portare la propria donna in riva al lago scintillante di riflessi e farla ammorbidire tra le braccia che hanno lavorato libere su questa terra senza confini.

Mirco Bettini, il Capogita Azzurrorosa, ha organizzato un tour quasi avventuroso per bicilindrici dagli spostamenti veloci: un giro ben calibrato  partendo da Puerto Monnt in Cile e passando per località turistiche come Rimini o Riccione….ops…scusate come Bariloche, El Calafate e il ghiacciaio Perito Moreno (assolutamente da vedere come le cascate di Iguazù). Ma ti ha portato in località fuori dalle mappe dove trovi il Lodge dei tuoi sogni adagiato in riva ad un lago in mezzo al verde Cile, oppure, passando per il passo Rodolfo Raballo, la meravigliosa sterrata che collega il lago General Carreras con Lago Posada (4 case in mezzo al deserto). Percorsi per lo più fuori dalle rotte organizzate dove i pullman che passano sono i loro, quelli sgangherati senz’aria condizionata con i visi andini ai finestrini socchiusi. Il finale, l’arrivo in Terra del Fuoco e a Ushuaia, la meta, la fine del Mondo, me lo sarei risparmiato volentieri. Quando Theroux nel 1976 scese a Buenos Aires da Borges, disse di voler andare a Ushuaia, alla fine del Mondo

“Ma cosa ci vai a fare?” domandò Borges “lì non c’è nulla”  

Magari ci fosse ancora il Nulla! Quel Nulla è finito: una statale asfaltata lungo giacimenti e stazioni di compressione del metano, pompe di petrolio che si muovono lentamente su e giù, paesi, camion, auto, capannoni e civiltà in netto contrasto con il nord dello stretto di Magellano. A Ushuaia la città più australe del Mondo sono venute a mancare le definizioni di Solitaria, Deserta, Infinita. Resta solo l’appellativo Remota, perché è lontana da qualsiasi altra parte al mondo. E’ la meta del mito, del turismo di arrivo alla fine del Mondo.

Di questo viaggio organizzato da Mirco Capogita mi restano dentro i ricordi forti del freddo vento sempre traverso, sempre bastardo, da moto sempre inclinata a destra, che se cambi direzione anche lui cambia per darti fastidio. Mi resta lo stupore di vedere, scendendo dal Passo Rodolfo Raballo dietro ad una curva, aprirsi di colpo la vista sullo sterminato deserto dove la strada si perde nella pianura. Ho dentro la visione dei pennacchi di polvere lontani e distanziati che si levano sulle sterrate dietro alle ruote dei miei compagni: un senso di lontananza e di pace. Mi restano i cambiamenti improvvisi di clima e di vegetazione scollinando da una parte all’altra delle Ande: di là, in Cile, il verde della pioggia che non smette mai di cadere fine; di qui, da Patagonia, questi cieli gonfi di nuvole che ti schiacciano giù su una terra brulla e ocra. Non piove, solo tira vento gelido.  Mi resta il pomeriggio del 31 dicembre passato sulla tomba di Augusto Portales piazzata di fronte al massiccio del Paine a chiacchierare con me stesso. Mi resta che in 15 giorni ho tirato alle tele le gomme come se avessi viaggiato sulla carta vetrata grossa. Mi resta che se sbagli benzinaio sei a piedi, solo, a decine di km dal mondo.

Cose da uomini romantici e viaggiatori, che sanno di buono.

Cose da uomini quelli che stanno bene con Patagonia, che di sicuro è nato maschio.

 

Popol Sala

 

Foto Popol Sala e Zambianchi Alessandro