Tunisia Sand Master


18/25 febbraio 2012
Tunisia Sand Master, un raid per testare mezzi e fisico sulle sabbie della Tunisia

Africa. La mia

Trenta anni prima…
Erano i primi anni 80, la Dakar di allora,Orioli, Picco, Depres, Neveu, Auriol.l
’appuntamento con Grand  Prix di allora era l’unico modo di vedere quelle moto incredibili, con quei piloti incredibili, a quelle velocità incredibili, su quelle piste incredibili.ed in me, poco più che un  ragazzo, nasceva una grande passione.Il fascino delle piste, delle imprese, degli arrivi impossibili.Piloti che arrivavano al traguardo con le caviglie rotte, con le moto semi distrutte,dopo venti ore di deserto a duecento all’ora…Leggevo con passione le interviste, i resoconti delle gare.Ed era sempre la stessa parola che descriveva le sensazioni in quella terra lontana, in qualunque lingua la si pronunciasse era sempre la stessa…La magia.
È una parola che ti resta dentro.E che vola nel tuo cuore quando in Africa ci vai per vacanza o per lavoro.In Marocco,  in Zaire, in Ruanda, in Kenya… paesaggi incredibili, odore che ti resta dentro, colori meravigliosi…. Si ma….Cosa provavano quando salivano sulle dune?
Com’è quella sabbia così fine, sotto le ruote?
E quelle piste a duecento all’ora?
E quegli spazi sconfinati…
Un giorno lo farò…
E un giorno ti accorgi che sta diventando tardi.
Devi andarci, almeno finchè riesci a stare decentemente su una moto.
La strada per andarci passa attraverso i miei Amici di Verucchio, Mirco e Miria.
Individuato il viaggio. Deciso il tempo.
Preparato il mezzo.
Pronti.
Il Venerdì parte il ktm 530 con il serbatoio grande, il filtro da sabbia e le forcelle sfilate.
Il mio amico Giorgio deve andare a prendere la sua moto reduce da un raid, sempre con Azzurrorosa.
Porterà su la mia e tornerà giù con la sua.
Un piccolo imprevisto mi costringe a perdermi il viaggio in nave, andrò in aereo.
Appuntamento a Tunisi Domenica nel pomeriggio.
Arrivo a mezzogiorno, ho un po’ di tempo, trovo un tassista sveglio e mi faccio portare in giro per Tunisi.
Un po’ di storia, la parte brutta della rivolta. La guerra, gli spari, la violenza degli scontri. Adesso è tutto tranquillo, andiamo a vedere la vecchia città, la Medina. La casa del Re e i mercanti di tappeti. Un fabbricante di profumi, li sto a sentire. È un modo per lasciare che il paese entri dentro di me, piano piano…

Prendo una stanza all’Hotel Lido e li aspetto, la nave tarda.
I ragazzi arrivano all’una di notte.
Mirco mi chiama, “scendi che andiamo!”  Che bello il suo accento romagnolo doc, mi mancava.
Scendo.
Eccola lì, il meraviglioso Toyota, il carrello con le moto, Mirco,Alex e i due nuovi amici.Enrico e Fiorenzo.
È il nostro primo giorno, Lunedì
Si parte, direzione Gabes. Il morale nel Toyota è alto, come sempre sembra che si faccia una selezione fra i soci.
Il lungo Tragitto ci abitua lentamente alle contraddizioni e alle caratteristiche di questa strana terra.
La notte ci permette una buona media, non c’è traffico e la toyota corre veloce.
Alle prime luci dell’alba si inizia a vedere il paesaggio ,che durante la notte è profondamente mutato. All’inizio “quasi” europeo, si è trasformato durante il percorso. Il verde della vegetazione è quasi sparito.
Le macchine sono invecchiate di 20 anni, le persone iniziano ad essere vestite in maniera tipicamente araba. La povertà, o meglio, una ricchezza diversa si manifesta in maniera piuttosto evidente.
Prima dell’alba ci fermiamo per un caffè ristoratore, e ci rendiamo conto di essere decisamente in africa. L’Europa è così lontana.
Mi sento un viaggiatore…
Sulla strada, ora è giorno, vediamo i distributori di benzina. Di notte sembrano lanterne. Per la verità sono solo dei banchetti su cui vendono qualche tanica di benzina, una decina, non di più.
Il prezzo andrà  trattato, la qualità è sconosciuta, la provenienza misteriosa.Arriviamo a Gabes verso le otto di mattina, scarichiamo le Moto, qualche ora di riposo e poi partiremo per Douz. Io andrò in macchina con Alex, la mia ktm nella culla montata sulla coda della Toyota.
Il viaggio ha inizio, ed è già il secondo giorno….
Da Gabes ci inoltriamo verso la parte più arida.
Il paesaggio cambia sotto le nostre ruote, sempre più arido, sempre più desolato. Incontriamo delle strane abitazioni, scavate nelle rocce. Gli abitanti ci invitano visitarle, sono semplici e pulite. Il vento, sempre presente, le rende asciutte e prive di qualsiasi odore. Le chiamano le case TrogloditeAll’ora di pranzo ci fermiamo a Matmata. Faccio conoscenza con l’harissa. Una salsa piccante che i Tunisini usano come antipasto, ma che è provvidenziale per la mia inopportuna influenza.
Dopo pranzo Mirco, Enrico e Fiorenzo con le moto prenderanno una pista,  Alex e io prenderemo una bellissima strada asfaltata. Appuntamento al Bir Soltane, un punto d’incontro in mezzo al…niente. Appena un puntino, nello spazio sconfinato del paesaggio desertico. Ma anche un posto in cui sembrano esserci passati tutti coloro che vengono da queste parti.
Si arriva e si prende un thè. Accolti da chi sa come ricevere un ospite da quelle parti. Due parole con Moktar l’amico del bar e ripartiamo verso Douz.
Arriviamo in albergo, bello, pulito e lussuoso, fin troppo, considerando che siamo al limite della civiltà..
Le immagini dei paesaggi sono stampati nelle nostre menti.
Non puoi restare indifferente davanti ad un paese così diverso dal tuo.
Il 3° giorno lo dedichiamo alla sabbia.
Proprio lei, finalmente è arrivata.
Ma oggi me la godrò dalla Toyota, visto che l’influenza ha deciso di non mollare ancora.
Iniziamo con una pista che ci porta al Cafè du Desert, a Bir (pozzo) Bel aji Brahim, (dal nome di chi scavò il pozzo, nonno di Hedi una famosa guida locale e scrittore) siamo all’inizio del Grande Erg Orientale, i ragazzi con le moto cavalcano le dune come surfisti sulle onde.
Mirco, come al solito, non si risparmia su consigli e tecniche di guida.
A metà giornata incontriamo un gruppo di adolescenti che,con i loro motorini  mbk 50, se ne va in giro per il deserto con bottiglie piene di benzina,  tenda e sacco a pelo, destinazione Jebyl, una altipiano in mezzo al deserto.
Noto che nessuno dei vecchi motorini ha il freno anteriore.
Chiedo a Mirco il perché. “Non serve”, mi risponde. “Giusto”, mi dico.
Sto entrando nella filosofia di questo paese.
Torniamo in albergo, stanchi e felici.
Il 4°giorno sarà il più bello, lungo e faticoso.Partiamo (anche il sottoscritto in moto,stavolta) molto presto, prima tappa Cafè du Parc, conosciamo una guida del parco, Majid. Cucina per noi del pane, ci prepara un thè e ci insegna a mettere lo shesh, il copricapo dei Touareg
Costeggiamo il Parco delle Gazzelle, attraversiamo le dune del Biben, grandi come le onde di un mare in tempesta, arriviamo al Fortino e giungiamo attraverso la via Cammelliera, all’oasi di Ksar Ghilane.
All’oasi abbiamo appuntamento con Alex, che è arrivato con il fuoristrada su strade meno estreme.. Mangiamo tutti insieme e poi facciamo il pieno dalle taniche stivate sul portapacchi del Toyota.
Mirco ci chiede se vogliamo tornare indietro via asfalto oppure farci altri 100 km di dune…
Siamo tutti stanchi…  ma a me viene in mente il resto della vita.. tutta asfaltata…  anche gli altri hanno avuto lo stesso pensiero.
Si va per le dune.
Torniamo indietro. La strada è lunga e Mirco ci impone un ritmo sostenuto.
Ma ormai ci abbiamo preso la mano, le dune non sono poi così difficili da affrontare.
Dopo qualche ora Enrico rimane senza benzina. Facciamo una trasfusione dal serbatoio di Mirco. Sarà sufficiente a tornare in albergo a Douz.
La cena in albergo cercando di recuperare le forze.
5° giorno. Inizia il rientro.
E già, è arrivata l’ora di tornare.
Usciamo da Douz prendendo una pista tra le dune.
Durante il tragitto Mirco ci spiega un po’ di teoria. Ci fermiamo tutti e ci fa vedere come si fanno le curve. Noi ci impegniamo, ma quelle cose lì come le fa lui sono decisamente fuori dalla portata di tutti noi.
Ma è sempre bello sapere cosa potrebbero fare le nostre moto con un pilota decente sopra.
E vedere Mirco guidare è uno spettacolo di eleganza ed efficacia.
Percorriamo una pista varia e bellissima. La media è intorno agli 80 km / h ed il paesaggio splendido.
Dal nulla spunta una piccola costruzione da cui esce un anziano arabo, con addosso il Burnus, il tipico cappotto che lo fa sembrare il Maestro Jedi di Guerre Stellari. Gli diamo un’arancia e un po’ di pane.
Lui accetta e se ne torna nella sua casa, in un recinto fatto solo di pali…
Continuiamo sulla nostra pista, attraversiamo la città di Kebili e proseguiamo verso Chot el jerid, un lago salato al centro del deserto. Pranziamo in una capanna/bar/bancarella, ospitati dai tolleranti tunisini, ammirando la distesa di sale che ci circonda.
Dopo pranzo proseguiamo il cammino verso Gabes.
Arriviamo tardo pomeriggio.
Stop
Carichiamo le moto.
Doccia.
Tutti insieme con la Toyota a cena a Matmata da Abdul.
Anche lì Mirco è decisamente di casa.
Uno dei vantaggi di girare con lui sta nel modo in cui veniamo accolti da Re dovunque andiamo.
Cena tipica, buonissima.
Durante la cena scriviamo su una tovaglietta il tragitto che abbiamo percorso.
Il foglio si riempie di nomi, date,  riferimenti… piano piano assume quasi un significato magico.
Ci scriviamo i nostri nomi, le nostre moto.
Mentre scriviamo il foglio si macchia con le salse tunisine, che danno un aspetto ancora più vissuto alla pergamena. La fotografiamo,come se avessimo paura di perdere tutti quei ricordi.
Ma i ricordi sono nella nostra memoria ormai.
Ognuno di noi ha scelto i migliori e li ha resi parte della propria storia. Incancellabili dal tempo come tutte le sensazioni che lasciano il segno.
A fine serata Mirco ha un’altra sorpresa per noi.
A poche decine di metri dal ristorante c’è il sito dove è stato girata la famosa scena del bar di Guerre Stellari. Lo visitiamo. E per l’ennesima volta ci rendiamo conto che questo paese, quando meno te lo aspetti, in un modo o nell’altro, trova sempre il modo di stupiti 
Il giorno dopo partiamo presto.
Il rimorchio è attaccato alla Toyota.
Direzione Nord. Verso Tunisi. Verso la nave per l’Italia.
Viaggio allegro. Siamo amici ormai.
Tunisi. Nave, salpiamo.
In ventiquattr’ore siamo in Italia.
Adesso so cosa pensavano Picco, Depres, Neveu, Auriol, e capisco perchè i piloti non potevano non tornare. A cercare, tra queste dune, qualcosa che è impossibile trovare altrove.
La sensazione è che sia solo l’inizio di un  viaggio molto più lungo.
La certezza è che ora anche io mi sento parte di qualcosa che accomuna tutti quelli che hanno vissuto l’Africa.
La speranza è di poter tornare.
E attraversare.
E respirare.
E lasciarsi rapire ancora da questo meraviglioso paese.

Grazie Fiorenzo
Grazie Enrico
Grazie Alex
Grazie Mirco

Roberto